Dopo il 12 maggio

Dal voto puo nascere il «partito nuovo»

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Il successo elettorale del 12 maggio non può farci dimenticare lo stato del partito. La capacità di proposta alla base dell'affermazione della D.C. Per un dibattito sulle alleanze.

Da almeno 15 anni si annuncia al popolo italiano la certa e prossima scomparsa dalla scena politica della DC. Nell'attesa dagli ormai pochi articoli che compaiono in quel «Postal Market» di lusso in cui si sono trasformati l'«Espresso» e «Panorama» o dalle pagine meno patinate ma certo non meno radical-chic de «La Repubblica». si è continuato ad immaginare, a vagheggiare la nuova Italia senza la DC: progressista. moderna, post-cristiana, dove il male. il vecchio. i corrotti e i corruttori sarebbero finalmente scomparsi.

Il 12 maggio la gente ha invece riportato la DC al 35% e il PCI al 30% chiedendo così stabilità per il Paese.

I meritati festeggiamenti e l'euforia che addirittura ha preso molti devono ora necessariamente lasciare spazio a ben più ponderate valutazioni. Ricorda il Prof. Parisi (1) come i dati elettorali segnalino sempre: «quanta continuità ci sia dentro ogni apparente cambiamento e quanta diversità dietro ogni semplificazione».

Sarebbe perciò suicida per il futuro della DC liquidare il 12 maggio con un sospiro di sollievo per lo scampato sorpasso, come inutilmente masochista sarebbe sottacere le positive novità presenti in quel voto che può davvero significare per noi l'avvio di una nuova stagione.

La campagna elettorale

In queste elezioni la prima sorpresa è stata l'alta affluenza al voto.

Il costante abbassamento della percentuale dei votanti fenomeno delle ultime consultazioni è stato clamorosamente invertito. Molti temevano che la stanca e l'apatia registrate durante la campagna elettorale portassero ad una nuova diminuzione della partecipazione che unita alle schede bianche e nulle avrebbe potuto delegittimare ulteriormente il sistema politico italiano. Così non è stato. Probabilmente l'alta politicizzazione del voto attribuita a questa scadenza, la comprensione da parte di molti della reale posta in gioco, l'invito a partecipare responsabilmente rivolto dai vescovi italiani ai cattolici perché: «è dovere di tutti assicurare alla comunità e alle sue istituzioni scelte morali e sociali qualificate» (2) hanno favorito questa grande affluenza al voto.

Un'altra considerazione però si impone. Effettivamente si è notato molto disinteresse, si sono viste molte sale vuote, non è stato possibile cogliere gli orientamenti della gente prima dell'apertura delle urne. Forse anche questo è un segnale di ulteriore cambiamento. L'elettorato è ormai sufficientemente conscio delle proprie responsabilità e convinzioni tanto da potersi risparmiare i comizi.

Va segnalato invece come, per esperienza diretta, tra gli elettori particolarmente i più giovani si riscontri una preoccupante disinformazione e a volte un colpevole pressapochismo. L'apatia, spesso motivata, verso la politica ha provocato nelle nostre comunità un pericoloso abbassamento non solo della «cultura politica» ma anche della informazione e conoscenza sull'operato dei pubblici amministratori. Con la certezza di «sapere come vanno queste cose» o peggio che «tanto non mi riguarda» il cittadino si ritrova oggi più impreparato, disinformato e incerto che nel recente passato. E questa non è solo colpa della ermeticità e dei riti che rendono la politica spesso incomprensibile. Manca anche un'opera di formazione costante, di educazione civica, su questi temi. E tale lavoro evidentemente, non spetta ai partiti ma ai singoli cittadini e a coloro che nel campo prepolitico hanno responsabilità nella formazione delle coscienze. Segnalo questo aspetto perché rimango convinto che il rinnovamento della politica sarà possibile se esso nascerà dalla gente. I partiti, anche il nostro, devono garantire le regole e gli spazi perché il nuovo possa entrare. Il positivo richiamo venuto dall'Azione Cattolica ancora prima del Convegno di Loreto perché i cattolici riscoprano la politica quale «terra di missione» e l'apertura dimostrata dalla DC nella formazione delle liste vanno entrambe in questa direzione. Si tratta ora di proseguire, rifiutando definitivamente le vecchie regole che tuttora presiedono alla selezione della classe dirigente. Non si può aprirsi a nuovi criteri solo per la compilazione delle liste amministrative ma vanificare ciò quando la scelta riguarda i vertici parlamentati, governativi, di partito. È giunto il momento al nostro interno di andare al cuore della «questione rinnovamento»: il sistema del tesseramento su cui si basa la selezione della classe dirigente. In queste elezioni la gente ha fatto largo uso delle preferenze premiando in molti casi non solo chi ha speso di più ma anche coloro che in spirito di servizio hanno lavorato in questi anni nella realtà del Paese e della DC. L'euforia per la «vittoria» non può farci dimenticare lo stato del partito che ri­mane in troppe realtà ancora chiuso e refrattario al nuovo.

È da lì che bisogna ripartire per non tradire la rinnovata fiducia della gente, per aprire quella nuova stagione di presenza nella vita politica del Paese che ora sembra possibile.

La «Vittorio Veneto» della DC

I giornalisti, è il loro mestiere, hanno già semplificato tutto. Dopo la Caporetto del 1983 il 12 maggio 1985 segna la grande Vittoria, l'entrata a Vittorio Veneto, per la DC guidata da De Mita. Come è stato possibile? Tutto merito del Papa e della «schiacciante superiorità dei mezzi propagandistici» degli avversari secondo quanto recita «l'Unità» del 14 maggio?

È ben strano che si scarichi la responsabilità della propria incapacità politica addirittura sul Papa. Ma come. se tutte le indagini dimostrano che l'Italia è sempre più un Paese post-cristiano, dove l'influenza della Chiesa, in particolare della Gerarchia conta sempre meno, e poi per un 4,8% in meno si vuol dare il «contrordine compagni»? E poi si ha un bel dire della «schiacciante superiorità dei mezzi propagandistici» altrui quando si rileva come fa «la Civiltà Cattolica» (3) nel suo editoriale alla vigilia del voto che: «su 7,7 milioni di copie che si stampano ogni giorno in Italia, i giornali ispirati dalla DC stampano appena 1.8 milioni di copie». No la sconfitta del Pci, la forte ripresa della DC l'aumento del PSI. del PRI. del MSI. il boom dei verdi il perdurare di fenomeni legati al localismo. la grande partecipazione al voto hanno altre origini. Non è qui possibile toccarle tutte. Mentre la TV ancora trasmette gli ultimi dati. Vediamone almeno alcune.

Lo scorso anno commentando per «Nuova Politica» il voto delle Europee scrissi che il sorpasso comunista aveva sancito la realizzazione piena della democrazia nel nostro Paese. «È nata da qualche tempo e sta irrobustendosi la "Democrazia dell'Imprevisto" che è la più vera espressione sul versamento politico di un paese già da tempo in movimento in tutti i suoi settori». (4) Intendevo allora affermare che ormai ogni forza politica raccoglie il proprio voto unicamente in base alle proposte politiche sulle quali riesce ad aggregare il consenso e non più in virtù di vecchi e storicamente superati steccati ideologici, religiosi e di censo. Sottolineavo così quanto fosse condivisibile la analisi proposta da Arrigo Levi (5) quando affermava che ormai: «nessun ruolo per nessuna forza politica è prefissato o garantito».

L"affermazione della DC del 12 maggio nasce in tale contesto. La DC ha dimostrato di avere idee, programmi cd uomini, di saper ridare voce all'ideale, chiedendo su queste cose una rinnovata fiducia all'elettorato. E questo mentre altre effimere proposte cadevano. In campagna elettorale anche se non con la necessaria forza a causa dello spostarsi del confronto politico sui tempi del sorpasso, la DC ha indicato alla gente la sua proposta per gestire gli Enti Locali in maniera di versa dal PCI. Questo è stato fatto sottoponendo inoltre a valutazione quanto i nostri amministratori hanno saputo realizzare riproponendo i valori che ci distinguono da altri (altro che «crociata» guidata da Woytila), dicendo preventivamente con chi ci saremo alleati. proponendo un vasto ricambio nelle nostre liste e candidando così uomini non solo inattaccabili sul piano della personale integrità, ma anche saldamente collegati con quei «mondi vitali», con quel retroterra cattolico a cui nel passato più a parole che nei fatti ci proclamavano rappresentanti.

La «Caporetto» comunista

Con tale impostazione è stato possibile stabilire un rapporto di nuovo corretto con l'elettorato. Solo dicendo alla gente da che parte si sta nella soluzione dei problemi è possibile recuperare la sua fiducia.

«Ritorna la fiducia. Dai fiducia alla DC» diceva il nostro slogan elettorale. E questa volta lo slogan conteneva una proposta politica comprensibile. L'affermazione della DC nasce probabilmente da questa impostazione e va riconosciuto a De Mita di aver operato con fermev.a ed intelligenza su queste linee. Di fronte a noi il PCI di Natta-Copernico non ha fatto altro che ripetere le parole d'ordine sulla «diversità» comunista. Il «fattore K». cioè il misterioso motivo che impedisce ad una forza come quella comunista di raggiungere la maggioranza relativa e guidare il governo, chiarisce ora il suo inventore A. Ronchey (6) stà proprio qui, nell'incapacità del PCI di proporre un programma e delle alleanze politiche per realizzarlo. Tale incapacità il PCI la dimostra ora a dieci anni dal giugno '75 anche a livello locale con lo sfaldamento ancor prima del voto delle alleanze che sostenevano le giunte rosse. Come sottolineavo lo scorso anno di non ritenere sufficiente l'effetto Berlinguer, per spiegare il sorpasso del PCI alle elezioni, così ora affermo che non è sufficiente attribuire alla mancanza di carisma di Natta l'arretramento del PCI. Quella che manca al PCI è una strategia e una cultura di Governo. La democrazia italiana può risultare bloccata in questo senso. Ma non è certo responsabilità della DC se il 30% dell'elettorato continua a dare il voto ad una forza che a colpi di vecchi slogan e nuove miopie sistematicamente lo caccia in un vicolo cieco. La Caporetto del 12 maggio ha già avviato l'autocritica di rigore in questi casi nel PCI. Essa, come sempre, potrà risolversi nel lanciare nuove parole d'ordine ad una base sinora stoicamente fedele ad un vertice incapace di tirarla fuori dal vicolo. Ma non basterà nemmeno cacciare Natta se non si dicono finalmente quali sono le idee del PCI sui problemi dell'economia, della politica estera, del rapporto tra istituzioni, comunità, singole persone. E se queste idee sono quelle espresse in questi anni dai sindaci comunisti, ebbene allora la gente si è già espressa.

Per un dibattito sulle alleanze

L"aumento registrato dei tre partiti DC, PSI, PRI pongono oggi all'interno della maggioranza problemi diversi.

L'ultimo numero di Nuova Politica (7) propone al M.G. l'apertura di un dibattito sull'assetto delle alleanze purché, si aggiunge, l'allenzione sia contemporaneamente rivolta alle strategie di risoluzione dei problemi, e tra le varie questioni da reimpostare si pone anche quella del rapporto con il PCI.

Il voto del 12 maggio indica con assoluta chiarezza che l'unica alleanza possibile, valida, accettata e sostenuta dall'elettorato è quella pentapartitica. La vicenda elettorale impostata da comunisti e missini contro il pentapartito fornisce con il suo epilogo una risposta inequivocabile.

Questa alleanza dovrà continuare perché sarebbe irresponsabile tradire la fiducia chiesta all'elettorato su questa formula, per estenderla anche in periferia. Io quindi ritengo tale soluzione non è sostituibile con altre, non solo per stato di necessità ma perché obiettivamente le strategie di risoluzione di alcuni problemi si possono programmare e realizzare solo con le forze del pentapartito. Certo vi è il problema dei rapporti interni alla maggioranza. Pochi DC credo possano ulteriormente sopportare con cristiana rassegnazione il protagonismo esasperalo di Craxi (e consorte), di qualche ministro socialista, o di Spadolon De Spadoloni, tutti dimentichi che la loro forza elettorale è da tre a sette volte inferiore a quella della DC.

Ho temuto anch'io che la perdita della Presidenza del Consiglio, venuta dopo l'elezione di Pertini al Quirinale, il decisionismo craxiano, la protervia e l'enorme potere politico ed economico accumulato da molti dirigenti ed amministratori socialisti, o l'onnipresenza del ministro della Difesa finissero per indebolire i consensi democristiani. Ma finché questi nostri alleati crescono elettoralmente in maniera modesta e ciò avviene contemporaneamente al nostro significativo recupero anche nelle grandi città. non ci sono ragioni sufficienti per interrompere l'alleanza. Ora bisogna però pretendere la ferrea ripetizione di essa ovunque possibile. La DC non deve solo minacciare perché i patti siano rispettati. Se questo non accade bisogna trarre le necessarie conseguenze anche per il Governo centrale. Non dovremo più accettare di essere penalizzati due volte: prima cedendo la Presidenza del Consiglio e poi venendo cacciati all'opposizione in periferia. Nell'editoriale de «La Civiltà Cattolica» prima ricordato si sottolineava come:

«La posta in gioco della lotta politica è la conquista e il mantenimento del potere politico. Ma questo non si conquista e non si conserva se non si hanno in mano le leve dell'informazione, della cultura. dell'economia, della finanza. dei grandi enti pubblici e privati, delle amministrazioni locali. Perciò il requisito essenziale per la conquista e il mantenimento del potere politico è il possesso o il controllo di tali leve».

Diventa allora oggi irrinunciabile attuare quel bilanciamento, secondo le forze di ognuno che De Mita ha già chiesto. E poi: «Chi ha più filo tessa la propria tela». Per impostare un rapporto con i comunisti non è sufficiente enunciare il problema aggiungendo che non si può perennemente emarginare un terzo del corpo elettorale.

È invece necessario indicare se vi sono i punti su cui almeno confrontarsi. La mancanza di una strategia politica minimamente condivisibile nel PCI di Natta, la ricerca dello scontro politico per lo scontro politico attuata per riaffermare con qualsiasi costo per il Paese che in Italia senza il PCI non si governa (si pensi al Referendum) i passi indietro in politica estera (chi ha visto il penoso spettacolo del Direttore de L'Unità che in TV il 4 maggio ha difeso il regime sanguinario instauratosi in Vietnam a 10 anni dalla «liberazione»?) la vacuità di una linea di politica economica mai chiaramente delineata, il rifiuto ad indicare concretamente quelle modifiche istituzionali su cui il PCI è disponibile ad offrire il suo sostegno, indicano l'impossibilità oggi di reimpostare un rapporto con il PCI. Per dialogare bisogna essere disponibili in due e non vedo nel PCI questa disponibilità. D'altra parte la DC ha dichiarato decaduta ancora nell'83 qualsiasi pregiudiziale ideologica nei confronti del PCI.

Visti i problemi che al nostro interno abbiamo per vivificare ogni giorno un partito in cui vi è ancora molto da rinnovare, spero non vi sia chi si scervella oltre il dovuto per risolvere tale problema che innanzitutto riguarda il PCI. Confido infine che l'arretramento comunista dopo la grande avanzata del '75 sia solo all'inizio. Siamo forze alternative. Se una cresce è perché risulta perdente la proposta avversaria. Varrà quindi la pena di adoperare le nostre energie, la ritrovata capacità di proposta, di mobilitazione che una corale gestione del Movimento Giovanile è riuscita a realizzare, per costruire quel «partito nuovo» intravisto nelle liste elettorali del 12 maggio in cui sono stati eletti migliaia di giovani.

 

(1) Luoghi e misure della politica, Il Mulino, ottobre 1984.

(2) Messaggio della CEI, sessione invernale 1985.

(3) La Civiltà Cattolica, n. 3236 20 aprile 1985

(4) Nuova Politica, n. 2 1984

(5) A. Levi, La DC nell'Italia che cambia, ed. Laterza

(6) A. Ronchey - Corriere della Sera 15-5-198

(7) Nuova Politica, n. 4 maggio 1985.

Il Convegno del coraggio
Giorgio Merlo

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