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Storiogafia del movimento cattolico e storiografia ‘nazionale’

Nuova Politica - Storiogafia del movimento cattolico e storiografia ‘nazionale’ pagina 24

La rivista «studium» ha promosso qualche tempo fa presso la sede dell'Istituto dell'Enciclopedia italiana un dibattito sul «Bilancio della storiografia del movimento cattolico in Italia», i cui contributi sono raccolti nel n. 6/84 di questo bimestrale. Da questo confronto, cui hanno partecipato Pietro Scoppola, Fausto Fonzi, Francesco Malgeri e Francesco Traniello (da notare anche un contributo del padre Giacomo Martina), si ricava un'impressione ben precisa, che è poi anche la tesi-base di tutti gli interventi: la storiografia del movimento cattolico sembra avere compiuto in questi anni un salto di qualità, e di essere davvero uscita 'in un mare aperto', cioè nell'ambito dell'intera storiografia nazionale; non solo, ma buona parte del merito sembra spettare proprio agli storici di formazione cattolica, per la particolare sensibilità con cui hanno saputo collegare storia del movimento cattolico e storia del Paese, e coniugare le problematiche della prima con le linee di tendenza della seconda, superando anche un certo animus 'autobiografico', che a volte restava in una dimensione un poco celebrativa: questa riflessione è introdotta dall'intervento di Malgeri, ma è poi sviluppata anche dagli altri storici.

Tra gli altri, due mi sembrano i nodi particolarmente emblematici di questa nuova sensibilità, uno sul piano della storia civile, l'altro su quello della riflessione religiosa.

Dal primo punto di vista, c'è il problema delle varie interpretazioni del ruolo e dell'identità del movimento cattolico, tra cui, ad esempio, quella del laico Spadolini («L'opposizione cattolica da Porta Pia al 1898», Firenze 1954), per la quale devono soprattutto essere evidenziati i motivi di diversità e di estraneità dei cattolici rispetto alla nuova civiltà moderna. È però con l'interpretazione marxista (Ernesto Ragioltèri, Giorgio Candelora e Delio Cantimùri) e neomarxista (Mario Giuseppe Rossi e Silvio Lanaro) che si deve soprattutto precisare il confronto: la tesi-base di questi storici è, in una parola, che alla programmatica antiteticità tra mondo cattolico e mondo liberale sul piano sovrastrutturale (filosofico religioso e in genere culturale) avrebbe fatto riscontro una sostanziale omogeneità (e una sotterranea alleanza) a livello strutturale (cioè dei reali interessi economici; e la figura paradigmatica di questo asse sarebbe l'industriale veneto cattoconservatore Alessandro Rossi). Scoppola afferma invece la indubbia autonomia dell'identità del movimento cattolico italiano, e replica che «di fatto, tanto più in una realtà composita come quella italiana, lo sviluppo economico, sociale e politico non è affidato ad una irreale contrapposizione fra borghesia e proletariato, ma al formarsi via via di blocchi sociali compositi e interclassisti ai quali non solo il movimento cattolico, ma lo stesso movimento operaio portano un contributo determinante»; in altre parole sfilacciare con schemi ideologici una realtà che è sfaccettata ma allo stesso tempo unitaria nel suo divenire storico.

Un altro rilevatore di questo salto di qualità, su cui si interrogano gli storici cattolici, di continuare a parlare di «movimento cattolico», non come categoria storiografica (che questo resta acquisito) ma come categoria concettuale: Fausto Fonzi afferma, a questo proposito, di preferire la denominazione plurale («movimenti cattolici») proprio per sottolineare le varietà degli attuali gruppi e associazioni, e anche per evitare interpretazioni organicistiche di queste realtà (per cui il movimento cattolico sarebbe un tutto unitario, compatto e indifferenziato; questa è la lettura di Candelora, ma è anche un ottimo presupposto per teorizzazioni integriste). Francesco Traniello va più in là, affermando il ruolo di spartiacque del Vaticano Il, che mentre raccoglie fa in un certo senso i frutti del lavoro decennale del movimento cattolico, ha elaborato una ecclesiologica che ha posto le premesse per un superamento di questa stessa categoria, sancendo una presenza dei laici cristiani nella storia articolata e pluralista.

Da questi brevissimi cenni si coglie come vada registrata tanto «un approfondimento» quanto «un allungamento del campo di osservazione da parte degli studiosi cattolici del movimento cattolico» (Fonzi), come contributo all'intera storia nazionale. E per Scoppola questo cattolico ha superato tanto la vecchia storiografia di matrice ecclesiastica (apologetica, e collocantesi come oggetto di analisi storica ma ancor' prima come criterio di giudizio della propria storia), quanto quella «eticopolitica» di ascendenza crociana (che metteva l'accento solo sul movimento di coscienza della vita religiosa»): infatti; per il leader della Lega Democratica può affermarsi che la storiografia sul movimento cattolico abbia dato un contributo assai rilevante alla maturazione di un modo di fare storia più comprensivo, più ricco, meno esclusivo, se vogliamo meno ideologico; a questo hanno contributo in misura determinante, studiosi di formazione cattolica: quello che caratterizza il modo di fare storia di un credente, infatti, è proprio il senso della complessità dell'esperienza umana, il superamento dell'illusione che la storia umana si possa spiegare su una linea sola, per riconoscerne invece la complessità e talvolta gli aspetti contradditori e perfino di mistero.

Sinn Fein. «Noi soli»
Roberto Di Giovan Paolo
Attilio Danese, “Unità e Pluralità. Mounier e il ritorno alla persona”, Città Nuova, Roma 1984. L. 15.000.
Eugenio Galassi

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