Riforma elettorale e democrazia,
un nesso inscindibile

C’è un filo rosso che lega le riflessioni della nostra antica militanza nel movimento giovanile della Dc a metà degli anni ‘80 e le dinamiche che disciplinano la politica contemporanea. E un caposaldo di questo filo rosso risiede nella concezione che abbiamo delle istituzioni e, nello specifico, del sistema elettorale.
In sintesi, quella che Guido Bodrato, un “maestro” per molti di noi, chiamava semplicemente “qualità della democrazia”.
Ora, e soffermandosi sulla legge elettorale, non possiamo non evidenziare almeno tre aspetti, al di là delle varie riforme che di volta in volta sono in campo e che risentono, come ovvio e persino scontato, delle regole che caratterizzano la politica in quella specifica fase.
Innanzitutto, una legge elettorale non può e non deve mettere mai in discussione la centralità del Parlamento. Una centralità che affonda le sue radici in una precisa concezione delle istituzioni.
Ovvero, la verticalizzazione e la concentrazione del potere sono, di fatto, incompatibili con i principi e le regole che accompagnano e segnano la nostra Costituzione repubblicana.
In secondo luogo, una legge elettorale è realmente democratica quando permette al cittadino/elettore di scegliere i propri rappresentanti. Le variabili, anche su questo versante, sono frutto del dibattito e del confronto tra i partiti. Preferenze o collegi uninominali, ad esempio. Ma è indubbio che la tesi delle nomine dall’alto – come se fossimo in un normale consiglio di amministrazione – non rispondono ai criteri e alle norme che disciplinano un ordinamento democratico. E questo perché la regola principe di una democrazia è quella di garantire ai cittadini di non essere espropriati del diritto di scegliersi i propri rappresentanti.
In ultimo, ma non per ordine di importanza, una legge elettorale è credibile, seria ed attendibile se non è esclusivamente e radicalmente piegata agli interessi dei proponenti. Certo, purtroppo è una regola non scritta della seconda repubblica quella di inventare leggi elettorali ad uso e consumo della maggioranza di turno.
Ma visto che, come dice un vecchio adagio popolare, “il diavolo fa le
pentole ma non i coperchi”, anche le migliori leggi elettorali quando vengono studiate per vincere le prossime elezioni rischiano di trasformarsi in autentici boomerang. E così, del resto, è capitato in molte consultazioni elettorali.
Ecco perché il capitolo della riforma elettorale, e ieri come oggi la sostanza non cambia, attiene squisitamente alla concreta concezione che abbiamo delle istituzioni e quindi della democrazia.
Un filo rosso che, del resto, appartiene alla nostra comune cultura riconducibile al cattolicesimo democratico, popolare e sociale.
Maggio 2026









